L’educazione naturale

Se qualcuno vi chiedesse di descrivere la natura, cosa vi verrebbe in mente?

 Piante, fiori, profumi, colori… La stessa domanda posta ai bambini includerebbe magari anche “correre”, “fango”, “terra”, “sporcarsi”. In questo caso, la loro visione sarebbe più corretta della nostra. La “natura” non comprende solo ciò che vediamo o sentiamo, ma racchiude un concetto un po’ più ampio legato a “cosa noi possiamo permetterci di fare”, a “chi” possiamo essere in libertà rispetto a quando siamo in società. Numerosi pedagogisti hanno sostenuto e dimostrato la tesi secondo cui una buona educazione è strettamente connessa alla natura, intesa come crescita fisica, intellettiva e morale.

Secondo Maria Montessori, per esempio, il compito di ogni educatore è sì quello di preparare i piccoli fanciulli a divenire “animali sociali”, ma questo deve avvenire all’interno e fuori dall’aula. La medesima idea la ritroviamo già nel Settecento con l’illuminista Jean-Jacques Rousseau, il quale dedicò un’opera intera a descrivere gli insegnamenti impartiti al suo “Emilio”: il modello di uomo nuovo da educare.  Rousseau risultò una voce fuori dal coro per quegli anni, e teorizzò le sue idee in questo romanzo pedagogico che decise di dividere in cinque parti, tante quante le tappe fondamentali della vita del giovane Emilio. Il ritorno alla natura consentiva di lasciare il bambino libero di mostrarsi senza costrizioni, sotto la guida del suo pedagogista, tuttavia, il vero maestro sarebbe stato la natura stessa. Qualche secolo più tardi, la Montessori rese questo tipo di educazione “realizzabile”, sostituendo l’iniziale crescita pensata totalmente in isolamento al di fuori della società, con dei piccoli ritagli di libertà: introdusse dei percorsi naturalistici da accostare ad una didattica tradizionale. Ella, riprendendo l’impostazione dei “giardini per l’infanzia” del pedagogista tedesco Friedrich Froebel, mise a disposizione di ogni alunno un’aiuola per consentire al bambino di osservarne l’intero ciclo vitale. Anche la pedagogista italiana ritenne, infatti, che un’osservazione diretta e un’attività pratica tradotta nel prendersi cura di piccoli orti o aiuole avrebbe portato i bambini a meglio comprendere la natura e aiutato lo sviluppo del proprio senso morale. Prendersi cura di piante, come di animali, avrebbe sviluppato il senso di responsabilità, di soddisfazione o di pentimento, nel caso in cui le attenzioni concesse fossero risultate non sufficienti. La giovane vita, immersa nel verde, avrebbe sentito che ciò che seminava necessitava della sua assistenza. Inutile dire come un individuo con un senso di responsabilità e di cura così spiccato potesse divenire (allora come oggi) un elemento positivo all’interno di una società. Il modo di vivere quei momenti, sarebbe dovuto essere il più possibile naturale: il bambino libero da regole sociali, avrebbe potuto anche correre, urlare e stancarsi liberamente.

Sarà successo probabilmente a molti di sentire un bambino definirsi “stanco” dopo una passeggiata in centro o magari andando per negozi. Egli in realtà non è realmente affaticato in quel momento e non è corretto pensare che non abbia veramente le “forze” per proseguire tale attività. È semplicemente una conseguenza dovuta alla mancanza di interesse per ciò che fa. Lo stesso bambino lasciato correre in gruppo o anche da solo in libertà, a giocare per giardini, parchi o prati, difficilmente dirà di essere stanco ma tirerà fuori la sua vera energia e natura instancabile:

“Diventa, dunque, fondamentale educare le giovani generazioni e per tutto l’arco dell’esistenza, a vivere ogni contesto: ecologico/urbano/sociale, imparando ad agire e a non subire gli spazi e acquisendo le giuste competenze per coo-progettare, costruire ambienti da adottare e manutenere corresponsabilmente” (Leonardo De Sanctis (a cura di), In giardino e nell’orto con Maria Montessori, Fefè Editore, Roma 2010, p.49)

Mostrare ai bambini attraverso percorsi didattici naturalistici come anche la natura cresca, si evolva, che le foglie, le piante non siano immobili ma reagiscano al cambio di temperatura stagionale o al sole può sicuramente insegnargli ad “attendere” il cambiamento. I nuovi mezzi che la società mette a disposizione portano ad avere risposte immediate su ogni cosa, a spazientirsi presto e a non saper più aspettare. Tutto questo è, però, contro natura poiché il mondo stesso è nato da tante piccole ma grandi evoluzioni distribuite in un arco di tempo più o meno esteso:

Educare al rispetto per la natura contribuirà a far conoscere il valore dei processi che sottendono alla realizzazione dei prodotti, a trasmettere il valore di quei risultati che attengono al perseguimento del BENESSERE degli esseri viventi, a sottolineare la comprensione che aver cura della “vita”, in ogni sua espressione, richiede TEMPO per poter generare bellezza, armonia, equilibrio, ben-essere, miglioramento della qualità dell’esistenza. (Ivi, p.51)

È importante che sin da bambini si conosca il potere che ha la natura nella vita di ogni uomo, sulle proprie emozioni e crescita. È essenziale che si impari e si comprenda “perché” rispettarla, iniziando ad apprezzarla per ciò che è capace di darci, dalla libertà di “movimento” da piccoli a quella di “pensiero” magari da grandi osservando la bellezza di un’alba o la meraviglia di un tramonto.