Con il termine primavera araba si indicano una serie di proteste e manifestazioni nate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Tuttora i Paesi maggiormente coinvolti sono la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti.
Le proteste iniziarono il 18 dicembre 2010, in seguito all’azione estrema del tunisino Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco dopo aver subito maltrattamenti da parte della polizia; questa azione scatenò una serie di rivolte, chiamate nel loro insieme “Rivoluzione dei gelsomini”. Questo influenzò i paesi circostanti a iniziare anche loro diverse rivoluzioni: i giorni più violenti furono chiamati “giorni della rabbia”.
Nel 2011 queste rivolte portarono alle dimissioni di quattro capi di stato o in alcuni casi alla morte di quest’ultimi: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali (14 gennaio 2011), in Egitto Hosni Mubarak (11 febbraio 2011), in Libia Muhammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011 e in Yemen Ali Abdullah Saleh (27 febbraio 2012).
Nello stesso periodo, il re di Giordania ʿAbd Allāh nominò un nuovo primo ministro, con l’incarico di preparare un piano di “vere riforme politiche”.
Ma la democrazia raggiunta ha davvero portato benessere in questi Paesi? Un progresso politico è stato attuato, ma non possiamo dire la stessa cosa del progresso economico. La Tunisia è ancora un Paese con un elevatissimo grado di disoccupazione che è salito al 15,3 per cento (dal 12% del 2010). Con l’aumento del numero degli studenti, altro fattore positivo, un terzo dei tunisini senza lavoro è costituito da laureati. Mohamed Bouazizi era un laureato che per sopravvivere doveva vendere frutta e verdura per strada. Cosa è cambiato quindi? Quanto ancora dovremmo aspettare prima che la democrazia, come la intendiamo noi, si radichi nelle menti dei politici tunisini e renda il percorso dei giovani di questo Paese finalmente diretto verso la realizzazione di un futuro dignitoso?