Il Bello, educare all’estetica

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Questo appello alla bellezza di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, rimane a monito di molti giovani e ci è di spunto per riflettere su un concetto complesso e di difficile comprensione: educare al bello.

E’ infatti con la stessa preoccupazione che, in un tempo invaso dal grottesco e dal trash in cui la società dei consumi prevede e manipola il nostro gusto, vedo quanto sia difficile per i bambini distaccarsi da ciò che la società somministra loro, con o senza l’approvazione degli adulti che ne sono comunque responsabili. Il contesto in cui vivono, il cibo che li ingolosisce, lo stile di vita che praticano e i giochi ipertecnologici sono sempre più lontani dal concetto assoluto di Bello. Concetto al quale è necessario, invece, che i bambini siano formati.

In una prospettiva educativa, è di fondamentale rilevanza,  stimolare il riconoscimento di una qualità positiva nella realtà che ci circonda e di portare a maturare il senso critico su cose, persone e situazioni. Un’educazione al Bello, cioè, che insegni al bambino a ‘guardare oltre’ la percezione immediata e solo visiva della realtà e che lo spinga a sperimentare una sua personale interpretazione e riflessione.

Non esiste una ricetta per trovare il Bello, per sviluppare un senso Estetico, poiché esso è una sensazione che conduce ad una emozione, estetica: dal latino  moderno aesthetica,  letteralmente dottrina della conoscenza sensibile.

Dalla nascita dell’estetica, che si fa di solito risalire al 1750 con la pubblicazione del libro Aesthetica da parte di Alexander Gottlieb Baumgarten, molti filosofi e pensatori hanno speculato e scritto, Baumgarten  la definì come “scienza del Bello, delle arti liberali e gnoseologia inferiore, sorella della Logica”. In pratica, essa era preposta allo studio dei concetti di Bello come categoria a sé stante e con propri criteri di valore, delle arti liberali, ovvero delle attività oggi definite come artistiche, ad esempio la pittura o la danza; era intesa come studio delle percezioni sensibili, della conoscenza ottenibile attraverso i sensi, il termine greco “aisthesis”, difatti, indica le informazioni ricevute attraverso i sensi, o il corpo.

Vedere, conoscere e riconoscere il Bello, ma come?

    

Sono occasioni di incontro con il Bello le visite ai musei, gallerie d’arte, ville e palazzi storici, non per memorizzare date, nomi o concetti ma per creare interrogativi – attività, peraltro, in cui i bambini sono professionisti.

Luoghi Belli sono ville e giardini

Ma anche luoghi dove l’armonia della natura si mostra in tutta la sua bellezza! Immergendosi “impiastricciandosi” vivendo semplicemente la natura nel quotidiano, lontani dai ‘luoghi non luoghi’[1] costruiti e non spontanei.

Il bello lo troviamo nelle grandi e nelle piccole cose e solo sperimentandone la sensazione e l’emozione ne riconosciamo la presenza. Sono occasioni di incontro con il Bello tutte quelle cose che a noi adulti sembrano scontate: gli animali, l’erba, la pioggia.

In questa prospettiva l’esperienza artistica, ci viene in ausilio poiché costituisce un potentissimo strumento in grado di comunicare attraverso la percezione sensibile e generare attraverso l’espressività, profonde emozioni e riflessioni.

E allora disegnare, costruire, colorare facendo dell’attività artistica un momento di espressione; oppure guardare, copiare, ascoltare facendo della scoperta e della sperimentazione un modo per raccontare il mondo esterno. In sostanza solo l’esercizio continuo e l’osservazione assidua sviluppano il senso al Bello.  Conducendo i bambini a scoprire le proprie abilità a relazionarsi agli altri e a loro stessi con maggiore consapevolezza; a guardare e vedere il mondo con occhi diversi; ad esprimere emozioni o sentimenti liberi da stereotipi, da pregiudizi collettivi, da condizionamenti dei gruppi di appartenenza che inevitabilmente influiscono sul giudizio personale.

Il processo educativo passa anche attraverso l’educazione estetica.

E di questo ne era fermamente convinto il geniale artista Bruno Munari (1907-1998) che al mondo dell’infanzia e dell’educazione all’arte a al bello ha dedicato un particolare interesse. Con la sua straordinaria capacità di guardare oltre gli schemi, alla scuola di oggi Munari ha consegnato un insegnamento assai attuale: educare la persona umana educando alla bellezza e alla creatività; perché una persona priva di creatività è incompleta.

Le sue buffe “macchine inutili” sono invece utilissime «perché da esse non si ricavano beni di consumo materiali ma perché, producono beni di consumo spirituale (immagini, senso estetico, educazione del gusto…)».

Con il suo Cappuccetto Bianco ha trovato la strada per mostrare, nell’arte, persino l’assenza: nelle pagine assolutamente bianche del libro non si vede nulla ma si sa che c’è una bambina tutta vestita di bianco, sperduta nella neve. E ancora, girando le pagine , incontriamo una panchina, una nonna, una mamma, una cuccia del cane, un lupo… non li vediamo ma sappiamo che sono li, tutti sotto la neve: “Mai vista tanta neve”.
“I bambini di oggi sono gli adulti di domani
aiutiamoli a crescere liberi da stereotipi
aiutiamoli a sviluppare tutti i sensi
aiutiamoli a diventare più sensibili
un bambino creativo è un bambino più felice.”
(Bruno Munari)

A noi resta la responsabilità di  seguire questo insegnamento.

[1] Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1977