Primo Levi: suicidio o casualità

Il dubbio torna, non siamo ancora in grado di stabilire la verità. Marco Belpoliti, professore universitario di Bologna ne parla come un peso sulle spalle, difficile da sopportare.

La domanda che però i più si pongono è come mai un uomo così pacato e sereno si sia ucciso. Non ci sono molte spiegazioni a tutto ciò, ma solo ipotesi.

Lo stesso scrittore affermò: “Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato, anzi, a maggior ragione chi si è suicidato non lo sa”. Con queste parole Primo Levi trattava del tema del suicidio di un suo compagno nel campo di Auschwitz su un articolo di stampa.

Lui stesso afferma, implicitamente, in molte delle sue opere di aver sofferto da ragazzo per le difficoltà e le angoscianti realtà che ha dovuto affrontare. Egli usava costantemente antidepressivi per poter superare le sue paure ed i suoi problemi.

Il motivo principale della sua angoscia e della sua sofferenza è il “senso di colpa” come afferma il professor Marco Belpoliti: “…Il senso di vergogna di essere sopravvissuti… perché io sì e gli altri no? Che cos’ho io di diverso?” Sono gli interrogativi rimasti senza risposta.

Un amico di Levi, appena uscito anch’egli dal lager, gli disse: “Tu sei tornato perché dovevi raccontare, perché devi raccontare, quindi hai come una sorta di compito, il compito della testimonianza.” Il professore afferma che questo “dono” per Levi è stato un po’ un “dono avvelenato” perché sapeva cosa scrivere, perché aveva vissuto in prima persona quell’alienante esperienza. E proprio quell’esperienza fu la causa della sua sofferenza.